Verranno giorni

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».  Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.  Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.  Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.  Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

 

 

Verranno giorni,    nei quali di quello che vedete,   non sarà lasciata  pietra su pietra,       che non sarà distrutta.        E tu,   che fine fai ?

 

Cadi.

Come le pietre,  vieni giù.      Cadi giù.  Crolli giù.    Fin da ora.      Ti stacchi,  ti smonti.      Ti rompi.  Fin da ora.     Ti sei distrutto. Ti sei rovinato    Ti sei svenduto. Ti sei perduto.    Fin da ora.   Da solo.

E fai cadere  anche gli altri.      Ti porti dietro  anche gli altri.     Ti trascini  anche gli altri.   Fai precipitare  anche gli altri.     Con te. Come te.    Per non stare da solo.

E quelli che non cadono,   li colpisci  tu.     Li smonti  tu.  Li spezzi  tu.  Li rovini tu.                Li fai fuori  tu.     Non ci devono stare.  Diversi da te.

 

Non  cadi.

Stai con Gesù.    Ti tieni stretto  a Gesù.    Sei con Gesù.

Ti accusano.      Ti insultano.  Ti denigrano .  Ti trascinano  davanti ai loro tribunali.  Quando sei con Gesù.     Ma non cedi.  Ma non cadi.

Ti colpiscono.     Ti feriscono.   Ti condannano.  Ti chiudono.    Perché sei con Gesù     . Ma non cedi.  Ma non cadi.

Ti tradiscono.    Ti rifiutano. Ti isolano.   Perché sei di Gesù.   Ma non cedi. Ma non cadi.

Ti odiano.      Ti riempiono di odio.  Ti circondano di odio.    Perché ami Gesù.  Ma non cedi. Ma non cadi.

Ti eliminano.    Ti fanno fuori.  Ti mettono fuori.    Perché adori  Gesù.    Ma non cedi.         Ma non cadi.

 

Stai con Gesù,   e Gesù sta con te.      Ci pensa lui,  a te.    A tenerti su.  A tirarti su          .A tirarti  fuori.    A salvarti.

E nemmeno  un capello del tuo capo,                                                                                      andrà  perduto.

 

 

 

 

 

 

Figli della resurrezione

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».  Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

 

 

E per te,   ci sta  la resurrezione ?

 

Non ci sta.

Non ci deve stare.     Ti impiccia.  Ti inciampa.  Ti dà fastidio.      Non la puoi possedere.   Non lo puoi dominare.   Non la puoi controllare.

Non ci sta bene. Non ci dice. Non c’entra,  con i tuoi piani.   Te li rovina. Te li manda all’aria. E la  cancelli.   La levi,  la togli.    E la fai sparire.

E fai sparire pure,  Gesù risorto.    Manco il Figlio di Dio,  la può fare.   E allora, fai sparire pure,   il Figlio di Dio.

 

Ci sta.

Ci sta.       Come ha detto  Gesù.    Perché lo ha detto  Gesù.                                                Ci sta.       Perché  è Gesù,  che è risorto.   Perché è Gesù,  che ti fa risorgere.   In lui,     sei figlio  della sua resurrezione.   Figlio  di Dio.

Ci sta .      E sei vivo. Fin da ora.    E sei vivo. Per sempre.   Sei figlio  del Dio Vivente.

Ci sta.       È Gesù  che ti prende per mano.    La vince lui, la tua paura.   Lo vince lui,         il tuo male.    La vince lui,  la tua morte.

Ci sta.       E non fa risorgere solo la tua anima.   Ma, alla fine dei tempi, anche il tuo corpo. E tornerà tutto intero.  Vivo e vero.

Ci sta.       E quando sarai risorto,   non avrai più bisogno  di luce di lampada,   né di luce   di sole.    Perché il Signore Dio,  ti illuminerà.      E ti sazierà   il suo Volto.

 

E brilla,   il tuo volto.                                                                                                                   Fin da ora.

 

 

 

 

 

 

Zaccheo

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.  Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».  Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».  Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

 

 

E tu,   lo vuoi vedere,    chi è  Gesù ?

 

Non lo vuoi.

Non lo vedi.  E non ti vedi.     Non lo vuoi vedere. Non ti vuoi vedere.    Non si deve vedere. Chi sei.  E che fai.

E ti nascondi nella folla.   Ti confondi con la folla.    Ti sciogli nella folla.  Sparisci nella folla. E non si vede,  chi sei.

E non si vede più,  l’errore.     E non si capisce più,  l’errore.     E non ci sta più.  l’errore.     E non ci sta più,   Gesù.      E non ci stai,   più  tu.

 

Lo vuoi.

Lo sai chi sei. Lo vedi chi sei.     E vuoi vedere lui.  Vuoi sapere, chi è lui.

Ed esci  dalla folla.   Ti stacchi  dalla folla.    Salti fuori,  dalla folla.    E ci sei.

E ti fai portare  dallo Spirito Santo.   Voli,  sulle ali dello Spirito Santo.     E ti posi su un albero di legno.   È l’albero della croce. Della tua croce.    Da lì,  lo puoi vedere. Chi è.

E Gesù ora ti guarda,  lui.    I suoi occhi si posano sui tuoi, nei tuoi.   Il suo cuore,  nel tuo.

Scendi Zaccheo.                                                                                                                     È ora di scendere.  È ora di scendere  dalla tua croce.    Lo sguardo di Dio   ti ha liberato.   Ora sei rinato.

Devo fermarmi a casa tua.                                                                                                  Non ero io,   eri tu  Gesù,    che mi hai voluto.                                                                       Non ero io,   eri tu Gesù,     che mi hai cercato.                                                                       Non ero io,   eri tu Gesù,     che mi hai guardato.                                                                  Non ero io.   Eri tu Gesù,     che mi hai trovato.

Vieni Signore nella mia casa,  nel mio cuore.     Ora che ci sei tu  Gesù,   l’errore se ne va. E rimedio, risano,  e riparo,   chi ho ferito.    E anche il mio cuore.

 

Ora lo so,   chi sei.                                                                                                                    Il  mio   Salvatore.

 

 

 

 

 

 

 

Il fariseo e il pubblicano

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:  «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.  Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.  Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.  Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

 

 

E tu,   quale dei due,  sei ?

 

Il fariseo.

Per te,    contano le regole.       Hai messo  le  regole,  dentro a Dio.    Hai fatto diventare  le regole,  Dio.     Ami le regole,   più di Dio.

E te le sei fatte,  da solo.       Te le sei  rifatte,   da solo.     Te le sei aggiustate,  da solo.       Le hai fatte diventare,  tue.    E hai fatto diventare tuo,  anche Dio.      E stai difronte a Dio.   Difronte a lui,  come a uno specchio.  Che riflette solo te.

E ti fai, giusto.   Ti fai giusto,  da solo.      E lo decidi tu,  chi è giusto.   Lo fai tu,  giusto.     E’ giusto,  se fa come te.    Non è giusto,  se non è  come te.     E gli punti  il dito contro.

 

Il pubblicano.

Per te,   Dio  è Dio.      E tu sei  un povero uomo,  che sbaglia.  Che sbaglia sempre.        Che non ce la fa,   a non sbagliare.

E stai    a distanza.     Perché c’è una distanza,   tra te  e Dio.    Non sei uguale  a Dio.      Non sei  Dio.

E stai     con gli occhi bassi.      La guardi,  la vedi,   la tua piccolezza.   La tua precarietà,  la tua fragilità.     È l’unica cosa veramente tua.  Che puoi offrire a Dio.

E stai     con il dito puntato  sul tuo cuore.    Lo metti  sul tuo cuore.    Ci metti il cuore.   Per te,    quello che conta,  è il cuore.

 

Abbi pietà di me.    E chiami il cuore di Dio.  Invochi il cuore di Dio.    Il cuore di Dio conta, di più del tuo peccato. Conta di più del tuo errore.  Conta di più del tuo cuore.

È lui la tua giustizia.  È lui la tua salvezza.      È lui la tua ricchezza.

 

E non sei più  povero.

 

 

 

 

 

 

Il giudice e la vedova

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:   «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.  Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».  E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

 

 

E tu,   lo preghi,  Dio ?

 

Non lo preghi.

Tanto  non conta.      Tanto  non vale.  Tanto non serve.      Tanto  a che serve.                     Tanto  è sempre tutto uguale.     Tanto non cambia niente.   Tanto non fa niente.             Che lo faccio a fare?

Tanto,  non ci sta.     Tanto  non mi sente.  Tanto non ci sente.    Sta troppo lontano.   Manco mi vede.   Non gli importa di me.      Che ci parlo  a fare?

 

Lo preghi.

Ma che pensi?    Che Dio che ha fatto gli occhi,   non ti vede?    Che Dio che ha fatto       gli orecchi,  non ti sente?     Lui lo sa fare.

Ci sta.       Quando  vai da lui.                                                                                                   Ci sta.       Quando tendi  le mani.    Quando tendi  le braccia.   Quando alzi  le braccia, verso di lui.    È  il tuo Dio.                                                                                                      Ci sta.       Quando  alzi gli occhi.    Quando ci metti gli occhi,  in lui.    E le lacrime,  che    ci stanno dentro.

Ci sta.       Quando vai  e rivai.   E non smetti mai.  E non ti stanchi mai.    E non te ne vai. Ci sta.       Quando lo sai,   che lui fa.  Che lui può fare.  Quello che è giusto.   Lo sa fare.  Sa come fare.

 

E Dio,   non sta fermo.     Non ti fa aspettare. Non ti mette in fila.     Si muove  subito.

E Dio   fa.     Quello che ci serve.   Quello che ci vuole.   Quello che è meglio,  per te.        E per gli altri.     Solo lui  lo sa.    Solo lui  lo fa.

 

Lo fa  per te.                                                                                                                           Lo fa  con te.                                                                                                                          Ecco  la preghiera.

 

 

 

 

 

 

I dieci lebbrosi

 

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.   Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.   Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

 

 

 

E tu,   ce l’hai,   la lebbra dell’anima ?

 

Ce l’hai.

Ce li hai  i bubboni,    che ti escono fuori del dall’anima.     Che ti hanno deformato  l’anima. E il volto.   E non si sa più,  chi sei.                                                                                         Ce li hai  i buchi,      che ti hanno scavato  il cuore.        E ti hanno fatto a pezzi,   il cuore.    E  ti si sono staccati   i pezzi.     E non li trovi più.   E non li hai più.

E li passi   agli altri.      E anche loro hanno   i tuoi bubboni.    I tuoi buchi.    Il tuo volto.  Sfigurati come te.   A pezzi come te.

E non cerchi  nessuno.   E non chiedi  a nessuno.     Sono loro  che devono cercare te. Sono loro che devono chiedere a te.   Sono loro che si devono inginocchiare,  davanti a te. Perché sei tu,   il loro signore.

 

Abbi pietà di noi.

Signore, guardami.                                                                                                                  Guarda i miei bubboni,    come mi hanno deturpato.    Levameli.                                  Guarda i miei buchi,       come mi hanno piagato.    Riempili.                                        Guarda i pezzi che ho perso,  che non ho più,   come mi hanno mutilato.    Riportameli. Guarda il mio volto,       come si è  sfigurato.     Non sono più io.  Non so più chi sono. Ricomponilo.

Mi hai guardato.    Mi hai guarito.   Mi hai purificato, l’anima.     Solo Dio  lo fa.

E torno indietro. Torno da te.    In ginocchio da te.  Ai tuoi piedi.    Ora lo so. Tu sei  Dio.       Tu sei  il Signore.    Solo a te  rendo gloria.      Sei tu,   la mia gloria.    Sei tu   il mio Dio.

 

Ora,    sono guarito.

 

 

 

 

 

 

 

Il granello di senape

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».  Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

 

 

E tu   la fai,    la volontà  di Dio ?

 

Manco per niente.

Non la fai  proprio.   Non ci pensi proprio.  Non se ne parla proprio.    Per te, Dio non ci sta. Figurati,  fare la sua volontà.

Dio,  lo hai messo  in un angolo.    Lo hai messo  all’angolo.   Lo hai messo da una parte.  Lo hai messo  in disparte.    Così non ti disturba.  E puoi fare quello che ti pare.     Figurati fare,  la sua volontà.

A Dio,   gli hai messo la volontà tua.    Gli hai dato la volontà tua.   Gli hai imposto la volontà tua.      È lui  che deve seguire la tua.   È lui  che deve fare la tua.  È lui che deve servire te. Ma non sei tu,  il padrone.

 

Un granello di senape.

Ci sta,    piccola  la  fede,   come un granello di senape.            

Ci sta,    quando per te,   Dio ci sta.     E tu,  stai con lui.                                                      Ci sta,    quando Dio,   lo metti al centro.    E tu,  da una parte.                                             Ci sta,    quando ti appoggi  a lui.    Ti fai portare  da lui.  Dove vuole lui.    E non sai tu.

Ci sta,     quando metti tutto,   in lui.      E scopri  a che serve.    E scopri  quando serve.      E scopri,  che fa.   La sua volontà.                                                                                          Ci sta,     quando metti,   avanti lui.    Fai andare avanti  lui.   Lasci andare avanti,  lui.         E si sposta tutto.

Ci sta,     quando è lui,  che fa.    È lui  che agisce.  È lui che parla.    E tutto,  risponde.

Perché la sente,   la sua voce.                                                                                                 La riconosce,     la sua voce.                                                                                                 La canta,    la sua voce.                                                                                                          Insieme  a te.

 

 

 

 

 

 

 

Il povero Lazzaro

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:  «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.  Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.  Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.  E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

 

 

E tu,   quale dei  due,   sei?

 

Il ricco.

Sei ricco,  di te.       Pieno, ripieno, strapieno,  di te.      Del tuo cibo.  Delle tue idee.       Vuoi solo quelle.   Vedi solo quelle.       E ci fai,  un lauto banchetto.

Disteso.     Seduto, sdraiato, contornato.  Da chi ti suona l’arpa.     E il povero è la corda. Che suona per te.   Che serve  a te.

Spensierato.      Non ci pensi.   Non ti importa.  Non ti riguarda.     Quello che sarà.        L’hai cancellata,   l’eternità.

 

Lazzaro.

Sei povero.  Povero di te.     E ricco  di Dio.  In Dio.

Sei appartato.    Isolato, dimenticato, rifiutato,   dagli altri.       Ma guardato,  accolto,  raccolto,   da Dio.

Sei ferito.     Pieno di piaghe.     Che buttano sangue.  Che versano lacrime.    Sono lì,     che chiedono.   Sono lì,  che pregano.      E nessuno  le ascolta.

 

Ma  sono quelle piaghe,    la prima cosa,   che il Padre vedrà,     quando andrai  da lui.         E le abbraccerà.    Perché assomigliano  a quelle del Figlio.      E in te,  vedrà  il Figlio suo.

E più ne hai,    e più assomigli,   al Figlio suo.

 

E  sei  amato  da lui.     Abbracciato  a lui.                                                                             Consolato  in lui.    Per l’eternità.

 

 

 

 

 

 

L’amministratore infedele

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:  «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.  L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.  Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.  Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.  Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

 

 

Anche tu,   sei amministratore,   delle cose di Dio.                                                                   E tu,   come sei  ?

 

Infedele.

Non hai  freni.     Non hai  limiti.   Non hai  la faccia.      Ti prendi tutto.

Chi  non lo  sa.     Lo inganni,  lo confondi.    Lo calpesti.  Lo spremi.      E gli prendi tutto.  Chi  non lo  fa.      Gli chiedi il conto.   Gli presenti  il conto.   Gli fai pagare  il conto.    E ti  fai dare  tutto.

Chi  non ci sta.     Lo fai fuori.    Lo tieni fuori.  Lo butti fuori.       E  butti  fuori,  anche  Dio.    Così,   non rendi conto   a nessuno.     Neppure a Dio.

 

Fedele.

Le cose che hai,    non sono le tue.     Sono di Dio.  Te le ha date Dio.

Quello  che ci fai.    Conta.   Più dei soldi.      E ci sollevi  i cuori.  E ci ripari  i cuori.   E ci consoli i cuori.

Come  lo fai.   Conta.  Più dei soldi.    E gli  levi i pesi.  Sollevi  i loro pesi.   Porti  i loro pesi.

Quando  lo fai.  Conta.  Più dei soldi.    Subito.  Perchè sta male ora.  Perchè gli serve ora.

Perché  lo fai.    Conta.   Più dei soldi.     Perché lo vuole Dio.   Perché te lo ha chiesto Dio. Perché lo farebbe Dio.

 

A Dio.   rendi  tutto.                                                                                                                   In Dio,   ritrovi   tutto.

Chi   hai aiutato.                                                                                                                        E  anche,   te.

 

 

 

 

 

 

 

Il figliol prodigo

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».  Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

 

E tu,   quale dei due figli,   sei ?

 

Il maggiore.

Per te,  Dio  non è un padre.   È un padrone.     E sei sempre rimasto con lui,   per dovere. E hai fatto tutto quello che voleva lui,   per dovere.      E ti aspetti  il premio.   E ti aspetti     la ricompensa.    E la pretendi,  la ricompensa.  Per quello che gli hai dato.    Non è amore. È ricatto.

E se il premio va a un altro,  esci dalla sua casa.   Per protesta.   Ti metti fuori. Ti fai fuori. Stai fuori. Dalla sua casa.    E dal suo amore,   per lui  e per te.

 

Il minore.

Per te,   Dio è  Padre.     Ma  lo lasci,  lo neghi,  lo rinneghi.    Non lo vuoi.   E te ne vai.        Via  da lui.

E ti porti via tutto,  di te.     E lo sprechi.  E lo spendi.     E adori  un altro,   che non è lui.      E perdi tutto.   E ti perdi.       E ti ritrovi   in una carestia,  dove muore  tutto.   Anche te.      E  ti ritrovi  in mezzo ai porci.    A mendicare  il loro cibo.

E allora,   ti si rivolta il cuore.    Ti si svolta il cuore.  Ti si volta il cuore.   Ti si rigira, il cuore.  Ritorna indietro  il cuore,   alla casa del Padre.       Ti   con – verti.

E ti lanci,  verso il Padre.     E ti butti,  e  ti getti,   tra le braccia del Padre.                             Sono lì,    che ti aspettano.   Da sempre.                                                                                 Sono lì,    che ti accolgono.  Da sempre.                                                                              Sono lì,    che ti stringono.    Per sempre.

 

Eri   perduto.                                                                                                                           Ti  ha  ritrovato.                                                                                                                          Ti sei  ritrovato.