Chi ama, di più

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:  «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.  Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.  Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.  Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

 

 

E tu,  chi ami di più?

 

L’amore di più.  C’è.   L’amore,  più del padre.  L’amore,  più della madre. Più del figlio. C’è.

L’amore di Dio. L’amore per Dio.   È l’amore di più.     Se lo vivi lo senti,  che è venuto per primo.

Se lo vivi  lo senti,    che viene lui  per primo.     Che senza,   non ce la fai ad amare veramente.    Che senza, non ce la fai.

 

Se sta al centro,  di te.      L’amore di Gesù,  traspare.        Viene fuori.  Si vede.              E l’altro lo vive  e lo sente,   anche lui.

E ti tende la mano e ti accoglie,   perché tende la mano  a lui,  e accoglie lui.   E il Padre.

 

E allora,   diventa meraviglia.

Stupore.    Dono.

Dono di Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fuoco di Dio

 insegna1 (1) - Copia In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:   «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!  Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 

 

 

 

Non prendere posizione.     Non dire niente.  Non fare niente.   Fare finta di niente.   Lavarsene le mani.    Confondersi. Fondersi. Sparire.     Questa non è la pace vera,      non è la pace di Gesù.

 

Gesù  è venuto a portare   il fuoco.    Lo Spirito Santo.   È  il fuoco di Dio.      È la verità.        Che brucia    ogni ipocrisia,   ogni menzogna,   ogni  falsità.        Ogni  ambiguità,          ogni  convenienza,    ogni  indifferenza.

 

È  venuto a portare   la  parola di Dio.        È la spada.        Che taglia,   divide,  separa.    Distingue.          In modo netto,   chiaro,  preciso.      In modo deciso.

E si capisce   cosa sta di qua,    e cosa sta di là.       E si capisce cosa   è di Dio,              e cosa non è di Dio.      Se sei di Dio,    o non sei di Dio.

 

Se il tuo cuore   appartiene a lui,    o agli altri.         Se lui conta,   più degli altri.                 Se lui conta,   più di te.

 

Se  lui   è Dio,

per te.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Profeta.

 

 

 

 

Facciamo i profeti, portiamo Gesù nel mondo, usando gli strumenti del mondo.  Così organizziamo spettacoli, gare,  vacanze, feste,  giochi e cose da mangiare. Il tutto per attirare l’attenzione, per convincere a partecipare, per rendere gradevole quello che gli offriamo. Ci preoccupiamo di far venire più persone possibile, che le luci siano posto, che il microfono funzioni, che lo spettacolo sia piaciuto. Come se l’importante sia far contenti gli altri, essere adattati, essere competitivi anche con le altre associazioni religiose o parrocchiali.

Rischiamo a volte di assomigliare alle aziende che vendono i prodotti.  Rischiamo di far diventare la nostra testimonianza un tentativo di convincere con le parole, con le più belle parole. Poi ci stupiamo quando parliamo di croce e di sacrificio che gli altri si allontanano. Non riusciamo a fermare l’emorragia neppure parlando di sforzo, impegno e responsabilità. Non riusciamo a convincere alla fatica e alla donazione di sé un popolo impostato e formato alla soddisfazione di sé, all’esaltazione di sé,  all’adorazione di sé. Un popolo che noi stessi abbiamo servito, assecondato, adorato.

Ma allora come fare? Gesù manda gli apostoli a due a due. Niente clamore. Niente luci, niente convention. Due bastano. Perché quello che conta nella fede, non è  convincere. La fede non è  un’idea, la fede è un Dio che passa da un cuore a un altro cuore. La fede è nella relazione  vera, profonda, autentica. È una proposta di un Dio-Persona  che, attraverso di te, si vuole incontrare con l’altro. È Dio che guarda attraverso i tuoi gli occhi,  l’altro. È Dio che parla con la tua voce, all’altro. È Dio che  prende con le tue mani, la mano dell’altro. Non avviene nel clamore, nella confusione, nella massa. Non avviene nella suggestione. Avviene nel cuore e l’incontro diventa personale, misterioso, divino.

Non devi prendere altro, né pane, né sacca, né denaro, né vestiti. Quando c’è Dio non c’è bisogno di altro. Lui è tutto, lui è l’essenziale. Devi rivestirti di lui, dell’essenziale, perché gli altri lo vedano. Devi essere nell’assenza, per far posto alla presenza di Dio, alla sua provvidenza. Devi lasciare l’apparenza, per far posto all’essenza di Dio, che si incontra con l’essenza dell’uomo.

“Dovunque entriate in una casa, rimanetevi”. Essere profeta è andare, non aspettare che gli altri vengano. È entrare nella situazione dell’altro, nella sua vita concreta, nella sua casa. Ma non per diventare una sua cosa, non per diventare come le sue cose, non per confondersi con le sue cose. Significa entrare nella casa del suo cuore e lì portare il cuore di Dio perché possa partecipare del suo dolore, della sua gioia, della sua fatica e della sua paura.

Essere profeta è essere presi, scelti, chiamati e inviati.   E’ scendere, è non stare in alto, è calarsi nel quotidiano, nel concreto. Non è dire, è fare, è essere.

E’ portare Dio, la sua parola, il suo progetto misterioso di salvezza.

 

 

L’invidia

 

 

 

 

L’invidia nasce dall’ammirazione, dallo stupore, dal riconoscimento di aver davanti qualcosa di grande, di straordinario. L’invidioso lo sa riconoscere, lo sa stimare più di ogni altro, ne sa valutare la consistenza, la qualità, la preziosità. Ne sa apprezzare tutto il valore e ne rimane colpito e ammirato. “Gesù si mise ad insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti.

Ma l’invidia viene da un cuore indurito, chiuso, livellato, appiattito, accecato, un cuore superbo che non sopporta che altri abbiano qualcosa più di lui, che escano fuori dal suo confine. Non sopporta che altri mettano in ombra la sua luce. Che qualcun altro lo faccia sentire inferiore o incapace.

L’invidia si attiva quando la persona si accorge che quello che  ha  l’altro, non potrà mai raggiungerlo. Quando si accorge che lui non ce la fa ad arrivare a quel livello. Non ce la farà mai. E allora come fare per pareggiare i conti?

Abbassa l’altro. Lo abbassa denigrandolo, diminuendo il suo valore. Non  alzandosi  al suo livello,  ma abbassando  l’altro al suo. Così Gesù viene riportato a “uno di noi”. Sei come noi, la tua famiglia è tra noi, non sei di più. Abbassato tu, ritorno in primo piano io. Abbassato tu, io non mi sento da meno. Siamo uguali. Nati nello stesso posto, con la stessa vita, le stesse relazioni tue e mie. Quindi tu, Gesù, diventi comune  non più straordinario, diventi banale  non più miracoloso.

L’invidia viene dalla parola  in = non,  video  = vedo.  L’invidia ti porta a non poter vedere l’altro. Non solo non puoi sopportare di vedere quello che ha, ma nemmeno lui perché te lo ricorda. Quindi lo devi annullare, lo devi allontanare e lo rifiuti. Lo rifiuti isolandolo, facendolo fuori dal suo contesto, dalle tue relazioni. Così “occhio non vede e cuore non duole”.

Ma quello che fa veramente male e che la persona invidiosa non vuole vedere e non può vedere , è la propria incapacità, la propria debolezza, la propria piccolezza che vive come negativa, pericolosa, che la fa sentire inferiore e senza valore. Così se l’altro è stato allontanato, eliminato, è stato eliminato anche il confronto, la possibilità che venga fuori la propria inferiorità. È stato eliminato il pericolo che anche gli altri la vedano.

L’in-vidia significa non-vedere Dio, non voler vedere Dio. Avere il cuore chiuso, seccato, indurito, accecato. Significa essere sordi alla parola di Dio e rifiutare di ascoltare i profeti  e il Figlio suo.

In-vidia significa anche non-vedere l’amore di Dio, la grazia di Dio. L’invidioso non riesce a viverla.  Se la vivesse, capirebbe che Dio lo ama in modo totale. Se la facesse entrare,  sentirebbe che Dio lo riempie modo completo. Non  sarebbe  di meno o di più,  non avrebbe più paura di perdere qualcosa, non dovrebbe più fare confronti. Capirebbe che è proprio quella debolezza, quella incapacità, quella povertà che lo salva, perché è nella piccolezza che entra Dio, nella  mancanza che entra il Tutto.

È in quella precarietà che si sperimenta la grazia di Dio. Nella debolezza, la potenza di Dio. Nell’assenza,  la presenza di Dio.