Andate nella vigna

83894049_o - Copia

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:  «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

 

 

E tu,     quante ore hai lavorato,   nella vigna del Signore?

 

Sei abituato  a contare.   A calcolare.  A verificare.  A misurare.   A pesare tutto.    Anche gli altri.   Anche te.

E se qualcuno ha più di te,   ti offendi.     Ti arrabbi. Ti danni. Ti rosichi.  Ti ribelli.     Anche a Dio.    Per te  Dio vale di meno,  dei soldi.  E di te.

 

Ma Dio   non conta le ore.     Per lui conta la qualità. La sostanza. Il cuore.   Conta il Si. Se rispondi alla sua chiamata.   Se scegli. Decidi. Ti muovi. Fai.   Vai da lui. Stai con lui. Fai con lui,   le sue opere.

I primi,   che guardano con il cuore   a quello che gli spetta, a quello che gli è dovuto,    a quello che hanno voluto.    Sono gli ultimi.

Gli ultimi,   che guardano con il cuore a Dio,  e non a quello che gli spetta.    E a quello che Dio  ha voluto.      Sono i primi.

 

La paga, il premio,   è Dio stesso.

Uguale per tutti.    Intero per tutti.

Unico  per tutti.

 

 

 

 

 

 

 

La bontà di Dio

weinberg - Copia (2)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?. Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

 

Escludi gli altri.  A volte, escludi gli altri.  Perché non sono, come te.  Perché non fanno quello  che tu vuoi.  Perché non sono  come tu vuoi.   Perché non sono,  te.

Li tagli con il tuo giudizio.   Li diminuisci con il tuo giudizio.   Li umili, per il tuo giudizio. Li metti in ultimo,   alla fine,  in fondo.

Tu  sei il primo, ti senti il primo. Quello che ha fatto di più, che è di più, che merita di più.  E ti metti davanti a Dio,  a chiedere di essere pagato,  di essere compensato,  di essere misurato.

Non è amore.  Non sei in Dio.  Non capisci Dio.  Non capisci l’amore.  Il suo amore.

L’amore non misura,  non esclude,  non divide.  Non giudica,  non separa,  non umilia. Non calcola.  L’amore di Dio comprende tutti,  non lascia nessuno.

Chi lo sente  gratis,   chi lo vive gratis,  chi lo riceve senza misurarlo,  chi lo prova  senza meritarlo,   quello è colui  che è più vicino a Dio,   è in Dio.    È il primo.

Chi ha   l’in-vidia,   non-vede,   non lo vede, l’amore di Dio.  Non lo prova.  Non lo sente.   Non lo vuole vedere,   non lo vuole sentire.  Perché non gli appartiene.   Perché non è suo.   Perché  non è  lui.

Non è in Dio.   Quindi è l’ultimo.

 

 

 

 

 

 

L’invidia

 

 

 

 

L’invidia nasce dall’ammirazione, dallo stupore, dal riconoscimento di aver davanti qualcosa di grande, di straordinario. L’invidioso lo sa riconoscere, lo sa stimare più di ogni altro, ne sa valutare la consistenza, la qualità, la preziosità. Ne sa apprezzare tutto il valore e ne rimane colpito e ammirato. “Gesù si mise ad insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti.

Ma l’invidia viene da un cuore indurito, chiuso, livellato, appiattito, accecato, un cuore superbo che non sopporta che altri abbiano qualcosa più di lui, che escano fuori dal suo confine. Non sopporta che altri mettano in ombra la sua luce. Che qualcun altro lo faccia sentire inferiore o incapace.

L’invidia si attiva quando la persona si accorge che quello che  ha  l’altro, non potrà mai raggiungerlo. Quando si accorge che lui non ce la fa ad arrivare a quel livello. Non ce la farà mai. E allora come fare per pareggiare i conti?

Abbassa l’altro. Lo abbassa denigrandolo, diminuendo il suo valore. Non  alzandosi  al suo livello,  ma abbassando  l’altro al suo. Così Gesù viene riportato a “uno di noi”. Sei come noi, la tua famiglia è tra noi, non sei di più. Abbassato tu, ritorno in primo piano io. Abbassato tu, io non mi sento da meno. Siamo uguali. Nati nello stesso posto, con la stessa vita, le stesse relazioni tue e mie. Quindi tu, Gesù, diventi comune  non più straordinario, diventi banale  non più miracoloso.

L’invidia viene dalla parola  in = non,  video  = vedo.  L’invidia ti porta a non poter vedere l’altro. Non solo non puoi sopportare di vedere quello che ha, ma nemmeno lui perché te lo ricorda. Quindi lo devi annullare, lo devi allontanare e lo rifiuti. Lo rifiuti isolandolo, facendolo fuori dal suo contesto, dalle tue relazioni. Così “occhio non vede e cuore non duole”.

Ma quello che fa veramente male e che la persona invidiosa non vuole vedere e non può vedere , è la propria incapacità, la propria debolezza, la propria piccolezza che vive come negativa, pericolosa, che la fa sentire inferiore e senza valore. Così se l’altro è stato allontanato, eliminato, è stato eliminato anche il confronto, la possibilità che venga fuori la propria inferiorità. È stato eliminato il pericolo che anche gli altri la vedano.

L’in-vidia significa non-vedere Dio, non voler vedere Dio. Avere il cuore chiuso, seccato, indurito, accecato. Significa essere sordi alla parola di Dio e rifiutare di ascoltare i profeti  e il Figlio suo.

In-vidia significa anche non-vedere l’amore di Dio, la grazia di Dio. L’invidioso non riesce a viverla.  Se la vivesse, capirebbe che Dio lo ama in modo totale. Se la facesse entrare,  sentirebbe che Dio lo riempie modo completo. Non  sarebbe  di meno o di più,  non avrebbe più paura di perdere qualcosa, non dovrebbe più fare confronti. Capirebbe che è proprio quella debolezza, quella incapacità, quella povertà che lo salva, perché è nella piccolezza che entra Dio, nella  mancanza che entra il Tutto.

È in quella precarietà che si sperimenta la grazia di Dio. Nella debolezza, la potenza di Dio. Nell’assenza,  la presenza di Dio.